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21 Ott 2017

Di Ruchi Shroff - Lifegate, 20 ottobre 2017 | Fonte

Un mondo libero da sostanze chimiche e velenose è possibile. Le soluzioni sono nelle nostre mani.

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Le multinazionali stanno mettendo a rischio le nostre vite e l’ecosistema in cui viviamo attuando pressioni inopportune alle istituzioni che dovrebbero invece proteggere le persone e l’ambiente. Le conseguenze di questi meccanismi subdoli sono ben visibili. Per questo è necessario che le strategie e le attività di lobby e di corruzione da parte delle multinazionali vengano rese note al pubblico, come è accaduto nel caso della pubblicazione dei Poison papers (una raccolta di più di 20mila documenti provenienti da industrie chimiche e agenzie federali riguardanti la tossicità di molteplici prodotti chimici, ndr). Prima di questa importante rivelazione, le multinazionali facevano raramente notizia. Eppure, ciò che è sempre più evidente è proprio l’impatto dei loro “affari” nelle nostre vite: un ambiente sempre più inquinato e tossico, la qualità scarsa e malsana del cibo, l’aumento di numerose patologie. Queste conseguenze sono sempre più spesso ricondotte all’operato di queste aziende e all’impatto delle loro azioni sulle politiche pubbliche.

Il cartello dei veleni

Le conseguenze dei comportamenti di queste multinazionali, che noi chiamiamo Poison Cartel, ovvero il “cartello dei veleni”, sono ogni giorno più evidenti: i piccoli agricoltori stanno perdendo i loro mezzi di sopravvivenza, alle popolazioni rurali vengono strappate le proprie terre per fare spazio all’agricoltura industriale e la biodiversità sta scomparendo per essere sostituita dalle monocolture. I consumatori vedono diminuire le opzioni di scelta e sono costretti ad acquistare prodotti alimentari contenenti sostanze tossiche, coltivati nei campi in cui il suolo è sempre più contaminato da sostanze chimiche.

Il rapporto di Navdanya International, “The toxic story of Roundup (La storia tossica del Roundup)”, evidenzia da un lato le pratiche distruttive delle grandi industrie dell’agribusiness, mentre dall’altro espone le numerose alternative a quell’imperante modello di agricoltura che non può essere considerato sostenibile o etico da alcun punto di vista. Il 24 maggio Navdanya ha presentato a Roma il dossier “Il veleno è servito – Glifosato e altri veleni: dai campi alla tavola” che descrive come l’intero processo di industrializzazione dell’agricoltura si basi sulla falsa premessa che solo con questo modello di intensificazione della produzione saremmo in grado di nutrire la popolazione mondiale in aumento. In realtà, il modello di agricoltura industriale produce solo una minima parte del cibo consumato a livello globale.

Per un mondo (e una terra) senza veleni

Un mondo senza veleni è possibile? Noi crediamo di sì e questa è la consapevolezza che ci spinge a denunciare le attività pericolose del cartello dei veleni. Questi sei gruppi multinazionali produttori di pesticidi e ogm, che detengono il controllo globale delle industrie agrochimiche, biotecnologiche e sementiere, si stanno consolidando e rafforzando grazie a mega-fusioni e acquisizioni. Syngenta sta per unirsi a ChemChina, Dow Chemical (che ha acquistato la Union Carbide, responsabile del disastro di Bhopal che ha ucciso più di 20mila persone) si sta fondendo con Dupont, mentre Bayer intende acquisire Monsanto. Se tutte queste fusioni venissero finalizzate, solo tre gruppi controllerebbero il 60 per cento del mercato mondiale dei semi e il 70 per cento del mercato mondiale delle sostanze chimiche e dei pesticidi.

Nel corso degli ultimi decenni queste aziende, che hanno prodotto i veleni mortali usati durante le due guerre mondiali, si sono rivolte al mercato dell’agricoltura, nel quale hanno visto un’enorme potenziale per continuare a moltiplicare i propri profitti. Hanno ingrandito il proprio impero e ottenuto monopòli grazie alle politiche globali di libero scambio e alla deregolamentazione del commercio. Hanno espanso il controllo sui nostri semi, sulla nostra alimentazione, sulla nostra libertà e sulle nostre democrazie. Nel nome della “scienza” queste multinazionali nate con la guerra hanno sferrato pesanti attacchi alla scienza indipendente e ai ricercatori indipendenti per mantenere e aumentare il potere. Infatti, quella che chiamano “scienza” è mera propaganda che definisce “anti-scienza” qualsiasi ricerca sulla biosicurezza eseguita in modo indipendente da governi e scienziati.

I nostri studi più recenti analizzano in dettaglio le strategie usate da queste aziende per guadagnare a scapito dell’interesse comune. Ma cosa significa esattamente? Queste multinazionali diffondono liberamente i veleni dell’agrochimica ovunque possano, portando milioni di specie all’estinzione, distruggendo i nostri ecosistemi, avvelenando l’intera rete della vita.

Il glifosato, in particolare, è considerato la sostanza chimica più utilizzata in agricoltura. Dalla sua immissione sul mercato, 1,8 milioni di tonnellate di glifosato sono state spruzzate sui campi negli Stati Uniti, mentre a livello globale la cifra raggiunge 9,4 milioni di tonnellate. Circa il 56 per cento del glifosato usato nel mondo è legato alle colture ogm Roundup (colture Roundup ready, Rr) ed è triplicato nei campi di cotone, raddoppiato nelle coltivazioni di soia e aumentato del 39 per cento nel caso del mais. Questa tendenza deve essere invertita perché stiamo parlando di una tecnologia che ha fallito nell’obiettivo di tenere sotto controllo le erbe infestanti.

Nei campi delle colture Rr negli Stati Uniti si è assistito a un crescente e incontrollato diffondersi delle cosiddette “super-infestanti”, come l’amaranto, soprattutto negli stati del sudest dove circa il 92 per cento delle coltivazioni Rr di cotone e soia sono infestate. Di conseguenza, gli agricoltori hanno iniziato a fare un uso massiccio di pesticidi.

L’impatto sull’ambiente

Parliamo ora della propaganda del cartello dei veleni. È vero che questi prodotti non provocano nessun danno all’ambiente? Questa affermazione non trova posto nella realtà dei fatti. In uno studio pilota sull’inquinamento del suolo condotto dal Centro comune di ricerca della Commissione europea e dall’università olandese di Wageningen sono stati raccolti campioni di terreno in diversi stati europei. Lo studio ha riscontrato tracce di pesticidi in più del 66 per cento dei campioni analizzati, mentre solo il 34 per cento ne era privo. Le sostanze maggiormente rilevate sono il glifosato (46 per cento), il ddt (25 per cento) e i prodotti fungicidi (24 per cento). Inoltre, lo studio sottolinea come il glifosato e l’Ampa (Aminomethylphosphonic acid) possono essere concentrati in particelle di terreno molto piccole che vengono facilmente erose e trasportate dal vento e dall’acqua, aumentando il rischio di contaminazione anche su vaste distanze. Un altro studio americano in campo geologico ha raccolto campioni dai corsi d’acqua di 38 stati americani riscontrando la presenza di glifosato e Ampa nella maggior parte dei fiumi, torrenti, canali e negli sbocchi degli impianti di depurazione delle acque reflue. Il glifosato è stato rilevato anche in circa il 70 per cento dei campioni di acqua piovana.

I miti sui pesticidi

Uno dei miti più diffusi è che “i pesticidi sono rigorosamente testati”. Oltre al fatto che solo poche centinaia delle 80mila sostanze chimiche usate negli Stati Uniti sono sottoposte a test di sicurezza, le agenzie di regolamentazione effettuano i test solo sulle sostanze attive dei singoli pesticidi, basandosi sulle indicazioni fornite dai produttori ed evitando di approfondire le indagini sia sulla tossicità dei prodotti nella loro formulazione completa, sia sulla combinazione con altri pesticidi disponibili sul mercato che spesso vengono usati sia nei campi coltivati che nei giardini.

Alla prima obiezione l’industria agrochimica risponderà sostenendo che i pesticidi sono necessari per nutrire il pianeta. Questa affermazione è inesatta e ingannevole perché, in teoria, viene prodotto abbastanza cibo per provvedere ai bisogni alimentari dell’intera popolazione mondiale, ma chi ne ha maggiore necessità non lo riceve a causa dell’iniquità del sistema di produzione e di distribuzione. Un sistema che causa il 75 per cento della distruzione del pianeta, provvedendo appena al 30 per cento del fabbisogno alimentare, costituito sostanzialmente da prodotti di scarsissimo valore nutrizionale e pesantemente contaminati da sostanze chimiche tossiche. I prodotti tossici del cartello dei veleni, come il Roundup (a base di glifosato), il Basta (a base di glufosinato) o i semi ogm hanno causato la distruzione e la desertificazione del suolo, lo sterminio delle api, l’aumento nell’incidenza di una serie di malattie, quali cancro e malformazioni alla nascita, per citarne solo due.

I pesticidi in cifre

Concentriamoci sulla realtà dei fatti. Come suggerisce Hans Herren della Biovision Foundation, “il 60 per cento di ciò che abbiamo nei nostri piatti ha bisogno delle api”. Così, animali ed esseri umani sono ugualmente colpiti dalle conseguenze negative dei pesticidi. Il rapporto del 2017 del Relatore speciale delle Nazioni Unite per il diritto al cibo Hilal Elver stima che “i pesticidi sono la causa della morte di almeno 200mila persone ogni anno, delle quali il 99 per cento proviene da paesi in cui le normative ambientali, sanitarie e sulla sicurezza sul lavoro non sono particolarmente restrittive o comunque scarsamente applicate”. Uno studio promosso dall’Unione europea sull’impatto del cibo e dell’agricoltura biologica sulla salute umana, che comprende anche una ricerca sull’impatto complessivo dei pesticidi, ha rilevato che “100 pesticidi hanno conseguenze negative sul sistema neurologico degli adulti. Da ciò si desume che tutte queste sostanze provochino danni al cervello anche nella fase di sviluppo”. Nel nostro rapporto abbiamo analizzato diversi studi e casi, dall’Argentina alla Costa Rica e allo Sri Lanka (dove il governo ha vietato il glifosato nel 2014).

Le soluzioni sono nelle nostre mani

Quali sono, dunque, le soluzioni possibili? Le classiche “soluzioni dal basso”. In tutto il mondo piccoli e medi agricoltori stanno già mettendo in pratica un’agricoltura ecologica e biodiversa, rinnovando la fertilità del suolo e salvando e sviluppando i propri semi. Forniscono cibo sano e nutriente alle proprie comunità, riportando il sistema alimentare nelle mani degli agricoltori e dei consumatori e rendendo, così, la grande industria agrochimica irrilevante ed inutile insieme ai suoi veleni e alimenti tossici.

Nel corso del 2016 vari gruppi ed organizzazioni hanno tenuto più di 110 assemblee popolari in 28 paesi nel mondo, creando una rete globale fortemente impegnata nella creazione di un futuro sano per il Pianeta e per il cibo che mangiamo. La mobilitazione, che ha avuto il suo culmine con l’Assemblea popolare e il Tribunale Monsanto, ha continuato a diffondersi nel corso del 2017. Un’agricoltura senza veleni è possibile e gli strumenti per farlo sono nelle nostre mani. Come ha dimostrato il lavoro di Navdanya  nel corso degli ultimi trent’anni, possiamo coltivare abbastanza cibo nutriente per sfamare due volte l’attuale popolazione mondiale. Smettendo di acquistare agrochimici tossici possiamo aumentare di dieci volte le entrate degli agricoltori, far fronte ai problemi legati alla malnutrizione e alle malattie croniche e creare allo stesso tempo un sistema resiliente capace di mitigare i cambiamenti climatici.


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