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19 Dic 2018

Di Ruchi Shroff, Navdanya International - Lifegate, 19 dicembre 2018 | Fonte

Agricoltura biologica e acquisto diretto dai produttori locali sono la vera alternativa al modello industriale, per non vedere sacrificate la qualità nutritiva e la diversità dei prodotti. L'editoriale di Navdanya International.

Dalla nascita e diffusione, a partire dal secondo dopoguerra, della grande distribuzione industriale, la qualità nutritiva, la diversità e la tracciabilità dei beni reperibili sul mercato è stata radicalmente compromessa. Allo stesso modo lo è stata la sovranità alimentare di intere aree geografiche e regioni, come il caso della Sardegna ormai dipendente per l’80 per cento dall’export per il suo approvvigionamento alimentare.

Fare la spesa al supermercato significa spesso scendere a un amaro compromesso: risparmiare, sacrificando la genuinità e la ricchezza della nostra alimentazione. I dati Istat mostrano che supermercati ed ipermercati sono i luoghi maggiormente utilizzati dalle famiglie italiane per gli acquisti alimentari, con una percentuale del 59,6 per cento della spesa familiare. La quota di spesa alimentare negli hard discount (i supermercati che vendono prodotti a prezzi molto convenienti, ndr), è invece dell’11 per cento, ed è in aumento. In questo scenario poco rassicurante, soprattutto per i consumatori e per le produzioni locali di qualità, cominciano però ad emergere le prime proposte ed alternative concrete.

Negli ultimi anni, in Italia si è registrata una crescita sia dell’agricoltura biologica (cresciuta del 20 per cento negli ultimi trent’anni) che dei produttori diretti che rifiutano di adeguarsi alle tecniche e i principi dell’agricoltura convenzionale. In numerose città iniziano a imporsi mercati contadini, gruppi d’acquisto solidale e punti vendita di prodotti tipici, locali e naturali. La necessità di produrre ed acquistare alimenti privi di veleni, ottenuti rispettando gli ecosistemi e la loro diversità, comincia ad essere sentita da una fetta di popolazione sempre più vasta. La partecipazione e l’interesse crescente verso iniziative che vanno in questa direzione, in particolare tra i giovani, lo dimostrano.

La biodiversità e la sovranità alimentare che uniscono Lazio e Sardegna

Un esempio è stato il festival Cibo per la salute (in sardo Mandigu pro sa Salude), dedicato al cibo genuino e naturale e alla tutela della biodiversità, che si è tenuto a Roma nelle giornate del 17 e 18 novembre. L’evento ha ospitato per entrambe le giornate un mercato contadino cui hanno preso parte associazioni, comitati per la biodiversità e produttori diretti provenienti da Sardegna e Lazio. Dall’olio d’oliva, al miele, dai legumi e grani antichi alle verdure e i formaggi, tutti i prodotti che hanno riempito i banchi del mercato, sono stati ottenuti rispettando ed accrescendo la diversità ecologica. L’iniziativa si è chiusa con un convegno su alimentazione, parlando di economia contadina, normative europee su biologico e sementi, sovranità alimentare, che ha visto l’intervento di numerosi esperti. In questa occasione è stato inoltre presentato per la prima volta a Roma il manifesto Food for Health (Cibo per la salute), documento programmatico curato da Navdanya International ed edito da Terra Nuova Edizioni, che ha visto la partecipazione di esperti da tutto il mondo e che vuole porsi come strumento di mobilitazione e delineare le alternative praticabili per un cambio di paradigma.

Il festival ha portato a contatto le realtà di due territori, la Sardegna e il Lazio, estremamente differenti ma accomunati dalla lotta per un modello agroalimentare diverso. I comitati e i produttori che hanno partecipato all’iniziativa hanno dimostrato che coltivare e lavorare la terra rispettandola e arricchendola è possibile. In Sardegna decine di comitati stanno lavorando ed unendo le forze per recuperare la ricchezza genetica dell’isola, tornando ad utilizzare varietà antiche ed autoctone di olive, frumenti ed alberi da frutto. Nel Lazio, l’esperienza del mercato contadino dei Castelli romani, che coinvolge decine di produttori diretti ed aziende biologiche, rappresenta un esempio concreto e riuscito di valorizzazione della funzione contadina e di economia circolare.

L’alternativa del cibo locale 

Esperienze come queste, offrono alle comunità, in particolare agli abitanti delle città per cui è più complesso trovare prodotti freschi e locali, la possibilità di avere accesso ad alimenti sani, naturali, ricchi in nutrienti e prodotti rispettando ambiente e persone. La risposta alle esternalità, ai limiti, e ai monopoli legati alla produzione agroalimentare industriale, basata sulla massimizzazione di profitti e rendimenti, risiede nella mani di chi lavora, conosce e rispetta la terra: piccoli produttori e contadini.

Gli esperimenti basati sulla valorizzazione della piccola produzione ecologica cominciano a dimostrare che una conversione dell’agricoltura da uniforme, chimica e globalizzata a diversificata, naturale e locale è praticabile. L’accelerazione dei cambiamenti climatici e del riscaldamento globale, l’inquinamento e il degrado delle acque e degli ecosistemi, la perdita di fertilità dei terreni e la crescente evidenza dei danni alla salute delle sostanze chimiche, richiedono un urgente e radicale cambio di rotta. La chiave per avviare questo processo sta nel ripartire dai territori, avviare percorsi di lotta, creando alternative concrete al consumo di massa e all’agroindustria, rafforzando i legami tra chi produce in maniera agroecologica.


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